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-- [IRAQ]sgrena Liberata (http://www.dsy.it/forum/showthread.php?threadid=17853)
Scusate una cosa, forse mi sono perso un passaggio...ma se avessero voluto ammazzarla davvero, secondo voi non ci sarebbero riusciti? Dopo aver visto che ne avevano accoppato un altro non avrebbero potuto finire anche lei?
Che cosa poteva sapere questa Dea sulla terra di tanto importante da rischiare di essere ammazzata?
Ma soprattutto....con quale faccia di merda si grida allo scandalo, che volevano ammazzarla, quando qualcuno di morto c'è stato DAVVERO, con moglie e figli di 13 e 19 anni? Che cazzo di rispetto è?
Io non riesco a capire con che coraggio si possa ancora parlare....
Sta diventando più importante che sia salva la Dea piuttosto che la morte di Calipari
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Il Pega
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Originally posted by Pegasus83
che sia salva la Dea
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Nessuno è troppo giovane per avere flashback dal Vietnam
Ogni generazione ha l'eroe che si merita
Originally posted by ReQuIeM
400 colpi, un morto e uno leggermente ferito...
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Tanenbaum is overrated.
Originally posted by Renaulto
Anch'io lo trovo inverosimile, e trovo anche inverosimile l'ipotesi di un agguato condotto in maniera cosi' dilettantesca. Con esito negativo tra l'altro.
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Nessuno è troppo giovane per avere flashback dal Vietnam
Ogni generazione ha l'eroe che si merita
Questa vicenda è irritante e riporta alla mente i fatti accaduti nel 1998.
Sono sicuro che gli americani faranno chiarezza su questa vicenda come lo fecero allora. 
"Il presidente Usa George W. Bush vuole che sia fatta piena luce sulla morte dell'agente del Sismi Nicola Calipari" (Reuters)
Tanto è vero che non hanno ancora detto i nomi delle persone al check point, non hanno fatto ancora vedere la macchina su cui viaggiavano e non hanno detto che armi sono state usate. 
Originally posted by ReQuIeM
400 colpi, un morto e uno leggermente ferito...
Ma sei fuori?
400 colpi di mitragliatori contro un macchina non blindata come minimo doveva esplodere...
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Governare gli italiani non è impossibile, è inutile. (G.Giolitti)
«La nostra auto andava piano, gli americani hanno sparato senza motivo, Calipari è morto fra le mie braccia». Giuliana Sgrena torna in Italia e racconta il suo rapimento e la sua sanguinosa liberazione. Gli Usa insistono: solo un incidente. Ma la versione americana è smentita dai testimoni Il governo italiano tace, solo Ciampi insiste: «Mi aspetto spiegazioni».
I pm indagano per omicidio volontario
di Giuliana Sgrena
Sto ancora nel buio. E´ stata quella di venerdì la giornata più drammatica della mia vita. Erano tanti i giorni che ero stata sequestrata. Avevo parlato solo poco prima con i miei rapitori, da giorni dicevano che mi avrebbero liberato. Vivevo così ore di attesa. Parlavano di cose delle quali soltanto dopo avrei capito l´importanza. Dicevano di problemi «legati ai trasferimenti».
Avevo imparato a capire che aria tirava dall´atteggiamento delle mie due «sentinelle», i due personaggi che mi avevano ogni giorno in custodia. Uno in particolare che mostrava attenzione ad ogni mio desiderio, era incredibilmente baldanzoso. Per capire davvero quello che stava succedendo gli ho provocatoriamente chiesto se era contento perché me ne andavo oppure perché restavo. Sono rimasta stupita e contenta quando, era la prima volta che accadeva, mi ha detto «so solo che te ne andrai, ma non so quando».
A conferma che qualcosa di nuovo stava avvenendo a un certo punto sono venuti tutti e due nella stanza come a confortarmi e a scherzare: «Complimenti - mi hanno detto - stai partendo per Roma». Per Roma, hanno detto proprio così.
Ho provato una strana sensazione. Perché quella parola ha evocato subito la liberazione ma ha anche proiettato dentro di me un vuoto. Ho capito che era il momento più difficile di tutto il rapimento e che se tutto quello che avevo vissuto finora era «certo» ora si apriva un baratro di incertezze, una più pesante dell´altra. Mi sono cambiata d´abito. Loro sono tornati: «Ti accompagniamo noi, e non dare segnali della tua presenza insieme a noi sennò gli americani possono intervenire». Era la conferma che non avrei voluto sentire. Era il momento più felice e insieme il più pericoloso. Se incontravamo qualcuno, vale a dire dei militari americani, ci sarebbe stato uno scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto. Dovevo avere gli occhi coperti. Già mi abituavo ad una momentanea cecità.
Di quel che accadeva fuori sapevo solo che a Baghdad aveva piovuto. La macchina camminava sicura in una zona di pantani. C´era l´autista più i soliti due sequestratori. Ho subito sentito qualcosa che non avrei voluto sentire. Un elicottero che sorvolava a bassa quota proprio la zona dove noi ci eravamo fermati. «Stai tranquilla, ora ti verranno a cercare...tra dieci minuti ti verranno a cercare». Avevano parlato per tutto il tempo sempre in arabo, e un po´ in francese e molto in un inglese stentato. Anche stavolta parlavano così.
Poi sono scesi. Sono rimasta in quella condizione di immobilità e cecità. Avevo gli occhi imbottiti di cotone, coperti da occhiali da sole. Ero ferma. Ho pensato...che faccio? comincio a contare i secondi che passano da qui ad un´ altra condizione, quella della libertà? Ho appena accennato mentalmente ad una conta che mi è arrivata subito una voce amica alle orecchie: «Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele Polo, stai tranquilla sei libera».
Mi ha fatto togliere la "benda" di cotone e gli occhiali neri. Ho provato sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per le parole di questo "Nicola". Parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una consolazione quasi fisica, calorosa, che avevo dimenticato da tempo.
La macchina continuava la sua strada, attraversando un sottopassaggio pieno di pozzanghere, e quasi sbandando per evitarle. Abbiamo tutti incredibilmente riso. Era liberatorio. Sbandare in una strada colma d´ acqua a Baghdad e magari fare un brutto incidente stradale dopo tutto quello che avevo passato era davvero non raccontabile. Nicola Calipari allora si è seduto al mio fianco. L´ autista aveva per due volte comunicato in ambasciata e in Italia che noi eravamo diretti verso l´ aereoporto che io sapevo supercontrollato dalle truppe americane, mancava meno di un chilometro mi hanno detto... quando.... Io ricordo solo il fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti prima.
L´autista ha cominciato a gridare che eravamo italiani, "siamo italiani, siamo italiani....", Nicola Calipari si è buttato su di me per proteggermi, e subito, ripeto subito, ho sentito l´ultimo respiro di lui che mi moriva addosso. Devo aver provato dolore fisico, non sapevo perché. Ma ho avuto una folgorazione, la mia mente è andata subito alle parole che i miei rapitori mi avevano detto. Loro dichiaravano di sentirsi fino in fondo impegnati a liberarmi, però dovevo stare attenta "perché ci sono gli americani che non vogliono che tu torni".
Allora, quando me l´avevano detto, avevo giudicato quelle parole come superflue e ideologiche. In quel momento per me rischiavano di acquistare il sapore della più amara delle verità. Il resto non lo posso ancora raccontare.
Questo è stato il più drammatico. Ma il mese che ho vissuto da sequestrata ha probabilmente cambiato per sempre la mia esistenza. Un mese da sola con me stessa, prigioniera delle mie convinzioni più profonde. Ogni ora è stata una verifica impietosa sul mio lavoro. A volte mi prendevano in giro, arrivavano a chiedermi perché mai volessi andar via, di restare. Insistevano sui rapporti personali. Erano loro a farmi pensare a quella priorità che troppo spesso mettiamo in disparte. "Chiedi aiuto a tuo marito", dicevano. E l´ho detto anche nel primo video che credo avete visto tutti. La mia vita è cambiata. Me lo raccontava l´ingegnere iracheno Ra´ad Ali Abdulaziz di "Un Ponte per" rapito con e due Simone, "la mia vita non è più la stessa", mi diceva. Non capivo. Ora so quello che volesse dire. Perché ho provato tutta la durezza della verità, la sua difficile proponibilità. E la fragilità di chi la tenta.
Nei primi giorni del rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero semplicemente infuriata. Dicevo in faccia ai miei rapitori: "Ma come, rapite me che sono contro la guerra?" E quel punto loro aprivano un dialogo feroce. "Sì, perché tu vuoi parlare con la gente, non rapiremmo mai un giornalista che se ne sta chiuso in albergo. E poi il fatto che dici di essere contro la guerra potrebbe essere una copertura". Io ribattevo, quasi a provocarli: "E´ facile rapire una donna debole come me, perché non provate con i militari americani? ". Insistevo sul fatto che non potevano chiedere al governo italiano di ritirare le truppe, il loto interlocutore "politico" non poteva essere il governo ma il popolo italiano che era ed è contro la guerra.
E´ stato un mese di altalena, tra speranze forti e momenti di grande depressione. Come quando, era la prima domenica dopo il venerdì del rapimento, nella casa di Baghdad dove ero sequestrata e su cui svettava una parabolica, mi fecero vedere un telegiornale di Euronews. Lì ho visto la mia foto in gigantografia appesa al palazzo del comune di Roma. E mi sono rincuorata. Poi però, subito dopo è arrivata la rivendicazione della Jihad che annunciava la mia esecuzione se l´Italia non avesse ritirato le truppe. Ero terrorizzata. Ma subito mi hanno rassicurata che non erano loro, dovevano diffidare da quei proclami, erano dei "provocatori". Spesso chiedevo a quello che, dalla faccia, sembrava il più disponibile che comunque aveva, con l´altro , un aspetto da soldato: "Dimmi la verità, mi volete uccidere". Eppure,molte volte, c´erano strane finestre di comunicazione, proprio con loro. "Vieni a vedere un film in tv", mi dicevano, mentre una donna wahabita, coperta dalla testa ai piedi girava per casa e mi accudiva.
I rapitori mi sono sembrati un gruppo molto religioso, in continua preghiera sui versetti del Corano. Ma venerdì, al momento del mio rilascio, quello tra tutti che sembrava il più religioso e che ogni mattina si alzava alle 5 per pregare, mi ha fatto le sue "congratulazioni" incredibilmente stringendomi fortemente la mano - non è un comportamento usuale per un fondamentalista islamico -, aggiungendo "se ti comporti bene parti subito". Poi un episodio quasi divertente. Uno dei due guardiani è venuto da me esterrefatto sia perché la tv mostrava i miei ritratti appesi nelle città europee e sia per Totti. Sì Totti, lui si è dichiarato tifoso della Roma ed era rimasto sconcertato che il suo giocatore preferito fosse sceso in campo con la scritta "Liberate Giuliana" sulla sua maglietta.
Ho vissuto in un enclave in cui non avevo più certezze. Mi sono ritrovata profondamente debole. Avevo fallito nelle mie certezze. Io sostenevo che bisognava andare a raccontare quella guerra sporca. E mi ritrovavo nell´alternativa o di stare in albergo ad aspettare o di finire sequestrata per colpa del mio lavoro. "Noi non vogliamo più nessuno", mi dicevano i sequestratori. Ma io volevo raccontare il bagno di sangue di Falluja dalle parole dei profughi. E quella mattina già i profughi o qualche loro "leader" non mi ascoltavano. Io avevo davanti a me la verifica puntuale delle analisi su quello che la societa´ irachena è diventata con la guerra e loro mi sbattevano in faccia la loro verità: "Non vogliamo nessuno, perché non ve ne state a casa, che cosa ci può servire a noi questa intervista?". L´effetto collaterale peggiore, la guerra che uccide la comunicazione, mi precipitava addosso. A me che ho rischiato tutto, sfidando il governo italiano che non voleva che i giornalisti potessero raggiungere l´Iraq, e gli americani che non vogliono che il nostro lavoro testimoni che cosa è diventato quel paese davvero con la guerra e nonostante quelle che chiamano elezioni.
Ora mi chiedo. E´ un fallimento questo loro rifiuto?
Giuliana Sgrena
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Originally posted by ReQuIeM
Chi è che prendeva la mira? Topo Gigio o Qui, Quo e Qua?
400 colpi di mitragliatori contro un macchina non blindata come minimo doveva esplodere...
da Repubblica:
Dallo scorso mese di dicembre, i militari americani hanno aperto il fuoco almeno sei volte contro automobili con a bordo occidentali in circolazione nella zona intorno all'aeroporto di Bagdad. Lo rende noto il "New York Times" citando rapporti del governo. In un articolo in cui viene denunciato il comportamento dei militari Usa assegnati ai check point sulle strade irachene: una delle maggiori fonti di rabbia della popolazione, seconda solo allo scandalo delle torture ad Abu Ghraib.
e perchè si sapesse hanno dovuto uccidere un occidentale. chissà quante cose stanno succedendo che noi possiamo solo intuire.
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Nessuno è troppo giovane per avere flashback dal Vietnam
Ogni generazione ha l'eroe che si merita
Originally posted by JaM
Vedi un po' troppi film americani. E' difficile che la benzina esploda in una macchina, ha troppo sfoghi per avere la pressione suffucente ad esplodere, al massimo prende fuoco (se fosse stato gasolio invece non si sarebbe nemmeno incendiato)
Originally posted by ReQuIeM
Forse era un modo di dire, tu che dici?![]()
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400 colpi di mitra e muore UNA persona con UN colpo in testa?
Chi ci crede, a parer mio, ha dei problemi cerebrali gravi e irrisolvibili.
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Governare gli italiani non è impossibile, è inutile. (G.Giolitti)
l'importante è crederci in fondo ![]()
anche essere obbiettivi lo è ![]()
6 milioni di euro per liberarla... 
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Dani
Originally posted by [D]ani[J]
6 milioni di euro per liberarla...![]()

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Adesso inizia il solito balletto delle cifre inventate... ![]()
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