Crisi del 1929...in attesa del 2009??
Posted by KarmaKOMA on 28-01-2008 15:38
Gli autori del crack
Maurizio Blondet
27/01/2008
29 ottobre 1929 - Fila di investitori davanti al New York Stock ExchangeCome oggi di nuovo, anche la crisi del 1929 fu lo scoppio di una bolla speculativa, conseguenza (come oggi) di una deregulation e di un estremo lassismo creditizio.
Oggi, la causa sono i bassissimi tassi d'interesse sui debiti innescati da Greenspan, che hanno spinto ad indebitarsi eserciti di insolventi potenziali.
Nel 1926, fu consentito a Wall Street di comprare azioni a credito, anticipando solo il 10%
del dovuto.
Se, poniamo, il tasso del debito era al 3% e le azioni salivano al 6%, chiunque credeva di poter giocare, guadagnare e - restituito il debito - tenere per sé ancora un profitto.
La dattilografe e i fattorini d'albergo cominciarono a indebitarsi con le banche per speculare in Borsa.
Nell'aprile del '29 ci fu un aumento dei tassi, e per la prima volta fattorini e dattilografe non riescono a rimborsare gli interessi, divenuti ormai superiori ai profitti di Borsa; sono costretti a vendere i titoli per pagare i debiti, e così innescano la reazione a catena che porterà al crack dell'ottobre.
Ma fino a quel Giovedì Nero, sono anni di bengodi: tutti sono ricchi a credito, esattamente come oggi i poveracci hanno potuto accendere un mutuo per case che non potevano permettersi.
Dal 1926 al 1929 i corsi azionari aumentano del 120%, quasi la metà dell'aumento strepitoso segnato dalle azioni nell'intero decennio, dal 1921 (300%).
Ma quel 300% corrisponde ad un aumento della produzione industriale, nel decennio, del solo 50%.
Che importa?
Non è per i dividendi che fattorini e impiegatine comprano azioni a credito, ma per lucrare sul rialzo dei corsi.
Tra maggio e ottobre 1929, la produzione industriale scende a precipizio - del 7%; tra marzo e settembre la produzione di auto precipita da 622 mila a 416 mila veicoli, ma la Borsa, trionfale, continua a salire.
E non è nemmeno che ci sia eccesso di produzione industriale, aumenti di auto invendute; la verità è che le industrie producono meno perchè sono in asfissia di capitali: i capitali corrono a «investire» sulle azioni anziché nell'economia reale.
Niente paura, «i fondamentali sono sani», ripetono i grandi banchieri.
Invece, come appureranno poi gli storici dell'economia, in quei mesi si produce una sinistra inversione: i titoli aumentano più dei profitti industriali.
Ma questi aumentano comunque più della produzione e della produttività.
E la produttività (del lavoro) aumenta più che i salari.
Dunque anche allora come oggi, a pagare i costi della grande illusoria ricchezza sono i lavoratori. Come sempre quando impera la Borsa, dove il gioco è a somma zero - se qualcuno vince, è perché qualcun altro ha perso la stessa cifra - tutto si riduce ad una eccezionale retribuzione del capitale a spese del lavoro.
Dopo il crack del '29 fu vietato l'acquisto di azioni a credito e la vendita di titoli allo scoperto (le due cose sono equivalenti).
Oggi, questo è stato di nuovo consentito.
Non a tutti, si capisce.
I normali fondi d'investimento, e ancor più i fondi pensione, sono tenuti a certe regolamentazioni per ridurre i rischi.
Oggi possono giocare allo scoperto solo gli hedge fund, che possono così manipolare al ribasso i corsi; e possono acquistare a credito, con i derivati altamente «leveraged».
Dunque si è tornati a ripetere lo stesso «errore», se vogliamo chiamarlo così.
Perseverare diabolicum.
Come mai?
La risposta è nei clienti degli hedge fund: per farne parte, bisogna investirvi almeno un milione di dollari di patrimonio, e il numero dei soci deve essere inferiore a cento.
Insomma: bisogna essere plutocrati (1).
La categoria per cui non valgono le regole dei comuni mortali.
A cominciare dalla tassazione.
Quanto paga un dipendente sul suo salario lo sappiamo, in Italia fino al 43%, in USA e Gran Bretagna fino al 37%.
Mentre i 54 miliardari in sterline che abitano a Londra (senza essere necessariamente britannici) hanno pagato nel 2006, su una fortuna complessiva di 126 miliardi di sterline, tributi per 14,7 milioni.
Attenti alle parole «miliardi» di ricchezza contro «milioni» di tasse: il carico tributario di questi signori si aggira sull'1,2%.
E questo durante il governo del partito laburista di Tony Blair, l'ex partito della giustizia sociale, la cosiddetta «nuova sinistra».
Il motivo non è un mistero.
Ronald Cohen, uno dei giganti del private equity, ha versato al partito di Blair un contributo di 1,8 milioni di sterline, l'ex partner Goldman Sachs John Aisbitt ha regalato al «New Labour» 750 mila sterline, e così via (la lista dei donatori plutocrati è lunga, la donazione minima mezzo milione di pound): una piccola spesa con cui lorsignori si sono garantiti legislazioni tributarie e deregolamentazioni «business friendly», favorevoli agli affari (loro).
D'altra parte, se le tasse aumentano, quelli ci mettono niente a stabilirsi alle Cayman.
In Inghilterra come in USA, gli eletti del popolo sono pagati dai plutocrati, e dunque al loro servizio.
Dunque questi possono giocare a credito e allo scoperto, ciò che è vietato a investitori più piccoli.
Lo hanno fatto alla follia, usando tutti i sofisticati moltiplicatori offerti dai derivati, coi miliardi presi a prestito a tasso zero col «carry trade», con tutti i trucchi messi a disposizione della loro impunità, dall'insider trading al rifiuto di fornire informazioni ai controllori; hanno rifilato meraviglie tossiche alle grandi banche, che le hanno ingoiate credendo di aver trovato la gallina della uova d'oro.
Questi hanno manovrato immensi multipli del capitale e pseudo-capitale speculativo che portò alla rovina del 1929: per questo il disastro che stanno portando al mondo è immensamente più grosso, pieno di buchi.
Ma il meccanismo, dimensioni a parte, è identico.
I plutocrati che contano sono poche decine.
I primi dieci gestori di fondi hedge hanno incassato personalmente in un solo anno (2006) almeno mezzo miliardo di dollari, pari a 1,3 milioni di dollari al giorno.
Il più noto è l'ebreo ungherese George Soros, che ha incassato 950 milioni.
Ma il meno noto Steve Cohen se n'è intascato 900.
Quello che si è più pagato è James (Jocob) Simons, creatore del fondo Renaissance, 1,7 miliardi di dollari in un anno.
Ma questi sono americani.
A Londra, il gestore di hedge fund di maggior successo pare essere Nathaniel Rothschild, figlio di Lord Jacob Rothschild: col fondo da lui fondato, Atticus Capital, ha 8 miliardi di dollari in gestione, e la sua specialità è l'acquisizione non di azioni ma di intere Borse-valori europee, che poi fonde insieme.
Il suo profitto personale è stato - nei limiti in cui è possibile indovinarlo, visto che questi non compilano la dichiarazione dei redditi - di 240 milioni di dollari.
Ciò lo metterebbe alla pari con Noam Gottesman, fondatore del fondo GLG, che con il socio Pierre Lagrange s'è scremato i suoi 240 milioni nel 2006.
Ma Nat Rotschild è considerato un «giovane», ha ancora splendidi traguardi da superare.
L'elenco sarebbe lungo e noioso.
Basti dire che un hedge fund può pagare ai suoi trader («the best and brightest», i migliori e i più intelligenti, spesso con lauree in matematica e software: indicativo drenaggio di cervelli nella improduttività) premi e gratifiche per 250 milioni di dollari l'anno; e che un creatore di hedge fund fra i meno attivi s'intasca 40 milioni di dollari annui (2).
E non si dimentichi che i loro colossali profitti sono, nel gioco a somma zero della finanza, profitti mancati per tutti noi comuni mortali.
O più precisamente, in USA e Gran Bretagna, perduti da fondi-pensione responsabili del sostentamento di futuri milioni di vecchi lavoratori.
Per questo milioni di lavoratori pagano ogni mese i contributi: per farseli derubare dai ricchissimi, giocatori d'azzardo non tenuti alle regole cui sono costretti (giustamente) i fondi-pensione.
E' questo il vero motivo per cui contributi sempre più cari sulle buste paga rendono sempre meno.
Ed ora che il crack è prossimo, provate a immaginare: chi guadagnerà dallo «stimulus» decretato dal Tesoro USA e della FED, che è poi in parte essenziale un «fiscal stimulus»?
I Rotschild, o Gottesman, i Soros, i Simons, quelli che pagano 1,2% di tasse, avranno la loro parte.
Ma venga lo stimulus, se risolleva i corsi cadenti e ridà fiato al credito, direte voi.
Anche nel 1929 si decretò uno stimulus.
Non subito.
Prima, dovettero passare due terribili mesi.
In cui i plutocrati di allora tentarono l'elettroshock sulla Borsa, quel gatto morto che ad ogni scarica guizzava e poi ricadeva.
Il Giovedì nero, 24 ottobre, i titoli non trovano compratori a qualunque prezzo, e il Dow Jones (che era a 381 a settembre perde 22,6%.
Tumulti si susseguono davanti ai portoni del New York Stock Exchage dove una folla immensa di piccoli azionisti che cerca di entrare - per vendere - si vede sbarrare il passo dalla sicurezza e poi dalla polizia.
I cinque maggiori banchieri d'affari di New York si riuniscono nella sede di J.P. Morgan & Co., e raccolgono fra loro liquidità da iniettare in Borsa.
E' il primo Plunge Protection Team in azione.
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